Ago&Filo

Da parte di mia madre vengo da una lunga tradizione di sarti.
Una tradizione che, come spesso accade, a un certo punto si è spezzata… un po’ come un filo.
I figli hanno preso altre strade, me compreso. Eppure, tra fratelli e cugini, credo di essere quello rimasto più vicino a quel mondo, anche senza rendermene conto.

Quando studiavo a Firenze e cercavo ancora di capire cosa avrei fatto da grande, frequentai per un breve periodo un corso di stilismo. A dire il vero, ci arrivai anche per una sbandata presa per un ragazzo che lo frequentava.
Erano gli anni Settanta e Ottanta e dire «faccio lo stilista» faceva molto chic. Molti, a dire il vero, non avrebbero saputo spiegare nemmeno cosa fosse un’imbastitura, ma suonava bene. Alcuni anni dopo, molti — quasi tutti — di quei futuri stilisti finirono a fare tutt’altro. Io disegnavo figurini.
Disegnavo soprattutto gli abiti che mi sarebbe piaciuto vedere, o forse indossare. Mi interessavano le forme, i tessuti, il modo in cui un vestito poteva cambiare il portamento di una persona.
Poi il ragazzo passò, il corso pure e la vita prese tutt’altra strada.


Arrivò la pittura.

Ho dipinto per oltre quarant’anni. Olio, acrilico, disegno. Migliaia di ore trascorse davanti a un cavalletto usando le mani per trasformare una materia in qualcos’altro.
Pensavo che il filo della sartoria si fosse spezzato. In realtà continuava a riaffiorare qua e là, anche nel modo di vestirmi. Ho sempre avuto un gusto un po’ eccentrico, un’attenzione agli accessori.

Negli ultimi anni trascorsi insieme a mia madre mi tornò davvero il desiderio di cucire, quasi il bisogno di assorbire quella conoscenza di famiglia prima che andasse perduta. Non volevo diventare uno stilista. Non volevo creare una collezione.
Volevo semplicemente realizzare qualche abito per me, visto che nella moda contemporanea non trovavo quasi nulla che mi piacesse veramente. Quel poco che attirava la mia attenzione era spesso di origine orientale, fatto a mano e a prezzi esorbitanti.


La manualità e la creatività non mi sono mai mancate e, avendo accanto una maestra del settore, decisi di provare a realizzare qualcosa di comodo, personale, magari un po’ fuori dal tempo.
Ho sempre amato il Medioevo, ma più in generale amo tutto ciò che porta addosso il tempo: gli oggetti vissuti, le cose che non sembrano appena uscite da una scatola. Ho provato perfino a tingere alcuni tessuti con erbe tintorie, è stato più difficile di quanto pensassi ma pur sempre un esperienza valida..

Disegnai un camicione e spiegai a mia madre come avrei voluto realizzarlo. Lei mi ascoltò, paziente e calma come sempre. Conosceva fin troppo bene il mio facile entusiasmo. Poi mi fece una domanda semplicissima: «Sai tenere un ago in mano?» Risposi di sì. Naturalmente non avevo afferrato il senso nascosto dietro quella domanda.

Io volevo arrivare subito alla macchina da cucire. Mi sembrava quella la parte importante. Lei invece mi fermò. Mi mostrò come si teneva davvero un ago, come si guidava il filo, come si facevano i primi punti. Mi insegnò a usare il ditale, il punto festone e altre piccole cose che allora mi sembravano soltanto passaggi preliminari e noiosi. Solo dopo arrivò la macchina. Insieme realizzammo alcune camicie che ancora oggi indosso. Quando le porto, capita che qualcuno mi dica: «È bellissima, chissà quanto l’hai pagata!»
E ogni volta provo una soddisfazione difficile da spiegare. Non tanto perché la camicia sia perfetta. Non lo è. Ma perché so chi e cosa c’era dietro.

Nel 2020 mia madre si ammalò di cancro. È stata il grande amore e il porto della mia vita. Tra noi esisteva un rapporto difficile da raccontare senza cadere nella retorica: eravamo madre e figlio, naturalmente, ma anche amici e complici.
Negli ultimi mesi, mentre era in ospedale, mamma qualche volta mi diceva: «Quando torniamo a casa riapriamo la macchina da cucire e facciamo altri capi. Sei contento?» Io le rispondevo con entusiasmo: «Non vedo l’ora!» In realtà lei non sapeva quanto poco tempo le restasse. Io sì.
Forse è anche per questo che, dopo la sua morte, per molto tempo non sono riuscito ad avvicinarmi veramente a quelle macchine. Le guardavo. Pensavo di usarle e rimandavo. Negli ultimi due anni, però, qualcosa è cambiato.
Ho cominciato a pensare che sentire di nuovo il rumore della macchina in casa sarebbe stato bello e anche un modo per continuare una conversazione interrotta bruscamente.

Ho pulito e oliato accuratamente entrambe le macchine. In particolare quella che mia madre preferiva, una vecchia Necchi Supernova Julia. Funziona ancora magnificamente. Il problema, naturalmente, sono io.

Ho disegnato e tagliato il mio primo cartamodello. Ho cucito e commesso molti errori da dilettante. Era inevitabile. Cuciture storte, misure sbagliate, passaggi eseguiti nell’ordine sbagliato. Ho dovuto scucire. Mia madre lo faceva con le stesse forbicine che usava per tagliare il filo.
Niente strumenti speciali. Aveva la mano. Io quella mano devo ancora costruirmela e non so se ci riuscirò mai.
Così ho cominciato dalle piccole cose: rammendare un pantalone strappato, un paio di calze bucate, un orlo o una cucitura da rifare. Ago quando basta, macchina quando serve. Non è molto, ma ho imparato una cosa durante la mia vita: non mollare.

Cerco spesso sul web qualcuno da cui imparare qualcosa in più. Trovo molti video bellissimi, laboratori immacolati, macchine moderne che cuciono, tagliano, rifiniscono, fanno orli e probabilmente, lasciate sole abbastanza a lungo, preparano anche il caffè.
Ma non sento l’odore della stoffa vera. Non è quello che cerco.

Vorrei vedere qualcuno seduto davanti a una macchina semplice, con qualche filo per terra, un pezzo di gesso sul tavolo e una stoffa già scucita due volte. Vorrei sentirgli dire: «Questo non è venuto bene. Pazienza, lo rifacciamo.»
Vorrei vedere il mestiere, non soltanto il risultato in uno short di pochi secondi. In italiano trovo poco o niente di questo tipo. Molto di più in inglese, giapponese o cinese,

Non so perché sia così. Forse gelosia della propria tecnica, forse semplicemente un modo diverso di intendere il cucito. Forse è anche per questo che scrivo questa pagina, perché magari da qualche parte c’è un ragazzo o una ragazza che vorrebbe cominciare a cucire e pensa di non avere la macchina giusta, il laboratorio giusto, abbastanza spazio o abbastanza denaro. Io non ho un laboratorio. Cucio in casa, che serve già a molte altre cose, e le macchine sono vecchie.
Il tavolo non è quello di un atelier.
E non mi interessa fingere il contrario, c’è già fin troppa finzione online.

Da mia madre e da mio zio - che era un professionista noto - ho imparato che non sono i metri quadrati a fare un buon lavoro.
E nemmeno l’attrezzatura impressionante. Sono le mani.
Esattamente come in pittura e in cucina.
Il tempo, l’occhio e soprattutto la pazienza. Quest’ultima, devo confessarlo, non è mai stata una delle mie virtù. Forse proprio per questo cucire può insegnarmi qualcosa che ancora non ho imparato. Molti per rilassarsi praticano lo Yoga, l'ho provato ma mi rilassa molto di più cucire.

Mi piacerebbe un giorno riuscire a creare un piccolo guardaroba completamente mio.
Capi semplici, comodi, durevoli. Tessuti morbidi e piacevoli al tatto, abiti che possano invecchiare bene insieme a chi li porta. Questa è un’altra delle cose importanti che ho imparato: un abito va saputo portare, indossare. Si può essere eleganti anche con uno straccio addosso.
E sia chiaro... cucire non è diventato improvvisamente lo scopo della mia vita.
È semplicemente una delle cose che amo fare. Come dipingere, scrivere, leggere, cucinare, occuparmi del giardino e fare l’amore.
Sono tutte cose che, almeno per me, hanno bisogno della stessa materia prima: tempo, tanta passione e pazienza.

Se qualche giovane dovesse capitare su questa pagina perché vuole imparare questo mestiere, non ho grandi consigli da dargli. Come in tutte le cose, servono passione ed esperienza se lo fai solo per denaro rimarrai solo un mediocre come migliaia d'altri.
Anch’io sto ancora imparando. Posso soltanto raccontargli quello che mia madre mi insegnò senza nemmeno spiegarmelo. Prima della macchina viene l’ago.
Prima della velocità viene la mano. Prima del risultato vengono gli errori.
E quando qualcosa non riesce, si prende un paio di forbicine, si scuce con calma e si ricomincia.

Forse il filo si era spezzato… ma ho deciso di riprenderlo.


---------------------------



Prima di mettere le mani su un materiale mi piace conoscerne le origini. L’ho sempre fatto anche in pittura, con i pigmenti puri. Con i tessuti farò lo stesso, malgrado qualcosa abbia già appreso durante il corso di stilismo in gioventù e molto altro semplicemente guardando mia madre. Mi diceva sempre "il lavoro si ruba con gli occhi".

Non sono un sarto, ma un apprendista curioso. Quindi, prima di rovinare stoffe antiche recuperate con non poca difficoltà, ho voluto capire come nasce un tessuto e soddisfare alcune mie curiosità.

Vi siete mai chiesti quando l’uomo ha cominciato a utilizzare materiali per vestirsi migliaia di anni fa? Pelli, fibre vegetali e animali. Certo è difficile stabilire con certezza cosa sia venuto prima, perché si tratta di materiali organici facilmente degradabili. Ma è lì che è cominciata la moda, anche se il termine moda deriva dal latino modus: modo, maniera, misura.
E sicuramente le prime parti del corpo da mettere al sicuro erano i testicoli e il pene che correndo rischiavano di fare una brutta e dolorosa fine. Quindi "necessità" e gradualmente con aggiunta di piccoli accessori in pelle e conchiglie si trasformò in "vanità" e ancora più avanti in "status sociale". Ma di questo ne vorrei parlare nella pagina di Arteologia.

Riconoscere i tessuti non è così semplice come sembra, soprattutto oggi che quasi tutto è industrializzato e l’uso di fibre miste può trarre in inganno anche chi ha esperienza.

Un tempo, tra le fibre più utilizzate, c’erano lino, canapa, cotone, lana e seta e ancora oggi rimangono le migliori. Ognuna ha caratteristiche diverse e trovo interessante sapere cosa mettiamo ogni giorno a contatto con la pelle.

Poi, dalla necessità si è passati anche alla vanità. Il vestito ha cominciato a raccontare appartenenza, rango, ricchezza, seduzione, identità. Da oggetto utile è diventato anche linguaggio visivo sociale.

A questo punto la prima domanda che mi pongo è molto semplice: cosa voglio ottenere?
Mi rispondo da solo: capi semplici, comodi, durevoli e personali, che rispecchino il mio modo di essere.

Ora è il momento di passare dalle parole ai fatti.

Se trovate interessante l’argomento e volete vedermi all’opera, dovrete avere un po’ di pazienza, perchè vorrei realizzare alcuni video da caricare su YouTube e non sono affatto esperto.
Così, oltre a mostrarvi quello che sto imparando e combinando, potremo anche confrontarci nei commenti, scambiarci opinioni, consigli ed esperienze.

Viviano




#agoefilo #agofiloefantasia #cucireincompagnia #cucito #sartoria #cucitocreativo #macchinadacucire #necchi #necchisupernovajulia #italia #slowsewing #sewing #ASMR #handsewing #vintage #slowliving #fattoamano #artigianato #cucitotradizionale #relaxingsewing