

Il Mio Punto di Vista sulla Avicoltura Italiana
"Non una critica, ma un invito a riflettere, un monito per le nuove generazioni”.
Cosa c’entra un artista con le galline? È una domanda che mi sono sentito fare spesso.
La risposta è molto semplice: gli uccelli hanno sempre suscitato in me un gran fascino e curiosità, forse per l’infinita varietà dei colori delle piume; i galliformi, tra tutti, li trovo i più umili, utili e domestici. Guardare una chioccia mentre razzola, e insegna cosa mangiare ai suoi pulcini, è qualcosa di tenero, per me piacevole e rilassante.
E comunque, per lo stesso motivo, cosa potremmo dire di un avvocato che è appassionato di cavalli, o di uno scrittore che ama i gatti o i cani, e via discorrendo?
Tra i primi a pormi questa domanda fu Maurizio Costanzo, nel lontano 1998, durante una delle sue puntate televisive (il famoso Maurizio Costanzo Show), incuriosito da una lettera aperta che avevo scritto ed era stata pubblicata sulla allora nota rivista naturalistica Airone nel 1997. In essa denunciavo uno sconsiderato uso di antibiotici e ormoni negli allevamenti intensivi e un'eccessiva manipolazione genetica sugli animali da cortile, con ovvie ripercussioni sulla nostra salute. Per avere un quadro più ampio consiglio di visionare le ricerche di The One Health Triad.
Pochi anni dopo, purtroppo, scoppiò il caso della “Mucca Pazza” e subito dopo anche quello della “Influenza Aviaria”. Aver previsto tali devastanti risultati mi rese tristemente popolare, per un certo periodo di tempo, nell’ambiente della zootecnia.
Malgrado tutto, ancora oggi troviamo veleni sotto ogni forma in circolazione nella grande distribuzione alimentare. Basta leggere gli ingredienti riportati sul retro delle confezioni – non sempre veritieri – di vari prodotti, per non parlare della provenienza di carni e formaggi.
L’Avicoltura – Per semplificare l'argomento, ho suddiviso il settore in diverse branche. Le più note sono sicuramente quella industriale per carne e uova, quella amatoriale, hobbistica e pseudo-sportiva, quella scientifica e, infine, i mercanti che vendono nelle varie fiere e mercati agricoli.
Queste sono, più o meno, le categorie principali e tristemente nessuna di loro collabora con le altre, sono come binari morti.
L’unico fattore che invece le accomuna è la speculazione, ebbene sì, purtroppo anche nel settore scientifico. Molto meno in quello amatoriale (piccoli allevamenti familiari o come animali da compagnia).
In fondo non è nulla di nuovo, se si pensa che fino a qualche decennio fa il pollame era merce di scambio nei poderi per fare acquisti o semplicemente per incrementare il reddito familiare. Una pratica in uso ancora oggi in molti paesi rurali economicamente meno fortunati.
Tranne il settore industriale, con il quale non ho mai avuto a che fare e che mi disgusta profondamente per come vengono allevati e trattati gli animali, con gli altri settori ho ampiamente collaborato ed è proprio per questo che mi sento di poter esprimere liberamente, e con cognizione di causa, il mio punto di vista.
Hobby e Amatoriale – Esiste una federazione italiana di avicoltura denominata FIAV che fa capo alle molte associazioni e club, a mio avviso anche troppe in rapporto all’esiguo numero di iscritti e, soprattutto, rispetto ai pochi polli allevati realmente in Italia. Quest’ultima precisazione necessita di una spiegazione: per chi non ne fosse a conoscenza, sappia che c’è un gran via vai dai paesi del Nord Europa (in particolare Olanda, Germania, Belgio e Francia) da parte di “pseudo-allevatori” che ambiscono solo a vincere coccarde e premi vari, esponendo soggetti di ogni razza nelle competizioni tutt’altro che “sportive”, ma che non sono stati allevati realmente da chi li espone e, soprattutto, appartengono a linee di sangue tutt’altro che italiane.
È una pratica consolidata da molti anni ed è molto ben organizzata. Partono gruppi di persone in bus con tante gabbie vuote e tornano con le gabbie piene. È talmente risaputo nell’ambiente che periodicamente ci sono questi viaggi organizzati a cui si chiede di aderire.
Non ho mai capito che soddisfazione si possa provare a vincere in questo modo, per poi comprare a 10 e rivendere a 30… Sì, perché nel Nord Europa, dove abbondano animali e allevatori, c’è molta più competizione e quindi vendono a buon mercato. Prezzi ancora più vantaggiosi si trovano nei paesi dell’Est europeo.
Penso che alla fine sia molto più dignitoso il semplice mercante in fiera itinerante, che almeno lo fa apertamente come unico mestiere e con tanto di licenza.
Non faccio mai di tutta l’erba un fascio, sia chiaro: per nessuna delle categorie menzionate. Le eccezioni ci sono sempre, rare ma ci sono, e ho anche avuto la fortuna di conoscere alcuni bravissimi allevatori che però, proprio per i motivi sopra citati, hanno smesso di partecipare a questi eventi, continuando ad allevare per conto proprio e per soddisfazione personale.
In ambito scientifico, purtroppo, le cose non vanno meglio. Ho collaborato come libero ricercatore con varie università e sono rimasto sbalordito dall’ignoranza accademica di diversi docenti. L’inadeguatezza delle competenze didattiche nel settore avicolo era pari a zero, a cui si aggiungeva l’incapacità di distinguere un gallo da una gallina (non sto affatto esagerando). Non oso immaginare cosa possano insegnare ai giovani che frequentano i loro corsi!
La Comunità Europea ha stanziato molti fondi per il riconoscimento e la tutela della biodiversità (basta documentarsi sui vari siti regionali e cercando su Internet). Da quel momento in poi si è aperta una vera e propria caccia a tutte le pseudo-razze in ogni contrada, paesino, provincia e regione d'Italia. Mugellese e Valdarnese comprese, di cui mi sento in parte colpevole per aver contribuito alla loro notorietà, anche se c’è stato chi, senza indugio, se n’è assunto la “paternità”.
Il Pollaio del Re – sito da me ideato e costruito nei primi mesi del 2007 – aveva richiamato un gran numero di addetti ai lavori e tantissimi giovani appassionati del settore. Sempre in quel periodo, infatti, fu girato un documentario da ARTE TV channel. Stupidamente mi lasciai coinvolgere in questa “caccia al pollo estinto” (alla Indiana Jones), ma più passava il tempo e più mi rendevo conto che quello non era affatto l’obiettivo che mi ero preposto. Ricordo una delle prime frasi di Elio Corti, che mi disse: “Cerchiamo di stendere un velo di cultura in questo ambiente”
Uno dei lati più positivi di quel periodo è che credo di aver allevato più allevatori che polli. In seguito li ho denominati “custodi”, con alcuni dei quali collaboro tuttora.
Il Paradosso della Biodiversità "di Facciata".
Altro triste aspetto è che ormai da molti anni i fondi europei legati al Green Deal hanno alimentato ulteriormente quel sistema di "progetti fantasma".
Spesso si assiste al recupero di razze autoctone solo sulla carta, per ottenere certificazioni o fondi, senza che vi sia un reale ripopolamento nelle campagne o un concreto supporto ai veri allevatori custodi.
Ho partecipato a seminari e conferenze regionali, tutte in nome del “salviamo la biodiversità”, “tuteliamo il patrimonio genetico nazionale” e tante altre belle parole promosse da regioni e province che avrebbero dovuto investire i fondi della CE in coloro che stavano concretamente lavorando nel settore. Invece, dopo tutti i vari passaggi di mano, a coloro che ne avevano veramente il diritto sono arrivate solo le briciole... e ai più neanche quelle.
Ho avuto modo di leggere decine di progetti fantasma, e non solo sul settore avicunicolo. Stanziati i fondi per la ricerca del pesce "Pinco Pallino"… (mai esistito, ovviamente), ma non importa: l’importante è che i burocrati complici del settore mettano firme e timbri al posto giusto su relazioni strampalate, in un brodo di termini incomprensibili anche a loro stessi su “astratte scartoffie”.
Il business su tutto il settore è ancora in corso sotto altre forme e nomi.
In questo ambiente chi lavora veramente sul campo non ha alcuna voce in capitolo; sono i burocrati dei vari uffici preposti a dettare legge e finanziare amici e parenti. Tutti alla disperata ricerca del proprio pezzetto di torta (associazioni ambientali comprese). Ma di concreto non è stato fatto assolutamente niente. La piaga purtroppo è diffusa anche in vari parchi faunistici del nostro Paese.
Negli ambiti universitari tutto questo è risaputo ma, per non perdere il lavoro o farsi dei nemici, meglio tacere. La collaborazione più seria e concreta alla quale ho avuto modo di lavorare, e con esiti positivi, è stata con l’Università di Firenze grazie a rari docenti onesti e motivati che hanno chiesto la mia consulenza sul ritrovamento di resti organici - gusci di uova - in una tomba etrusca. Tutto documentato su Amore per l’Antico, di cui sono coautore.
Ora infatti arriviamo al settore che personalmente amo di più, ovvero l’archeozoologia e la storia.
Avendo studiato Storia dell’Arte – e collaborato con il MiBACT (Ministero dei Beni Culturali) – è stato semplice per me documentarmi e svolgere indagini bibliografiche, storiche e iconografiche che poi si sono rivelate utilissime. In questo settore – in Italia, tanto per cambiare – mi sento ancora una mosca bianca, soprattutto da quando è venuto a mancare uno dei miei cari "amici di piume", il caro Elio Corti: uno dei rari studiosi con il quale potevo confrontarmi e discutere allo sfinimento su osservazioni, varie ipotesi e teorie.
Fortunatamente il suo enorme lavoro – che in Italia non ha eguali – il suo Summa Gallicana, si trova ancora in rete ed è a disposizione di tutti gratuitamente; consiglio vivamente ai veri appassionati di leggerlo e rileggerlo. Approfondite e troverete delle storie molto interessanti e importanti. Possono essere di aiuto anche le banche dati della FAO sulla diversità animale.
Elio è sempre stato generoso con tutti e mai geloso del proprio operato, a cui molti hanno attinto a piene mani senza nemmeno citarlo (una triste consuetudine del web). Grazie a Internet – e alla mia conoscenza dell’inglese e del francese – sono riuscito a mettermi in contatto con ricercatori e archeologi di varie nazionalità, con i quali scambio informazioni attraverso videochiamate ed e-mail.
Ciò che ho scritto spiega perché il settore dell’avicoltura in Italia non funzioni (e non solo quello). L’enorme paradosso è che la nostra penisola vanta una delle razze mediterranee più famose e apprezzate al mondo: l’“italiana comune”, in seguito ribattezzata Leghorn (Livorno) negli Stati Uniti. L’italiana, assieme alla Gauloise e ad alcune spagnole, è strettamente imparentata con queste linee di sangue, incrociatesi soprattutto durante l’espansione dell’Impero Romano e, con molta probabilità, ancor prima attraverso gli scambi commerciali marittimi.
I sacerdoti etruschi utilizzavano le interiora dei polli per predire il futuro e il volere degli dei praticando l’aruspicina (un’arte divinatoria), come testimonia il famoso “Fegato di Piacenza”, un bronzo del II secolo a.C.; pratica poi acquisita anche da Romani e Celti. I francesi, tra le tre principali linee di sangue mediterranee sopra menzionate, sono quelli che hanno conservato meglio le caratteristiche morfologiche originarie, come ad esempio i tarsi scuri (ardesia) e la colorazione ancestrale, mentre gli spagnoli hanno prediletto la colorazione nera, pur conservando i tarsi ardesia. L’italiana comune, invece, era già rara più di un secolo fa, come riportato in molti testi del XIX secolo, e in seguito era quasi del tutto scomparsa; fortunatamente, non del tutto.
Ho scoperto solo qualche anno fa, grazie ad alcune foto postate su Instagram, un allevatore “fuoriclasse” di razze spagnole. Vive in Andalusia e mi ha mostrato le foto dei suoi polli – andaluse e castigliane – in varie colorazioni, compresa quella selvatica. Per molto tempo avevo creduto che la razza andalusa esistesse solo nella colorazione “blu” e la castigliana solo nera; invece no, lui mi spiegò che quelle sono solo le colorazioni riconosciute dagli standard ufficiali.
Quindi, non prendete per oro colato tutto ciò che alcuni testi riportano o, peggio ancora, certi video su YouTube di divulgatori improvvisati che, come pappagalli, ripetono ciò che ormai è scritto ovunque solo per il piacere di apparire. Indagate più a fondo e per conto vostro. Cercate in altri canali (non solo su Internet): esistono migliaia di biblioteche sul territorio italiano. Ma soprattutto mettete le "mani in pasta", sporcatevi le mani e allevate: solo con l’esperienza potrete accrescere la vostra conoscenza in questo settore, così come in tutti gli altri, del resto.
Non si sa esattamente quando, e per quale oscuro motivo, in Italia qualcuno cominciò a selezionare sempre più solo soggetti a tarsi gialli, mentre nella “italiana comune” originaria sono di colorazione ardesia, esattamente come nella Gauloise e nella spagnola. Ora, attraverso una selezione durata decenni, anche quell'“inconveniente” è stato risolto. Piccola curiosità: in un tempo non troppo lontano, i polli con i tarsi gialli erano considerati carne scadente, una "chicca" ritrovata in un'antica ricetta del XIII secolo; chi l’avrebbe mai detto? Va però anche detto che, in passato, non ci si preoccupava molto del colore delle zampe del pollame. Un’altra curiosità che mi raccontò Elio è che, anticamente, per i riti esoterici erano usati maggiormente i galli bianchi, non quelli neri.
Concludendo, il vero patrimonio genetico che abbiamo ereditato da un lontanissimo passato è sicuramente la gallina “italiana comune”, che dovrebbe essere seriamente tutelata e allevata con passione. Non quei surrogati elaborati dagli anni '50/'60 in poi, definiti spesso “antichi”: dal mio punto di vista, li considero solo del mero modernariato.
Incroci ed esperimenti, più o meno felici, fatti da alcuni facoltosi appassionati e proseguiti con le prime esposizioni alla fine del XIX secolo, cominciarono a essere “standardizzati” un termine, questo, inesistente in natura.
Viviano Masconni
Nota: Che ci crediate o no, ho scritto questa veloce panoramica sull’avicoltura e dintorni nell’arco di due o tre giorni e non ho badato troppo alla forma ma piuttosto al contenuto e ho voluto mantenere un linguaggio semplice e chiaro, comprensibile anche a chi non ha mai sentito parlare di avicoltura, per non annoiare con inutili termini tecnici. Non fate caso, quindi, a qualche incongruenza o ripetizione.
Sentitevi liberi di condividere quanto ho scritto e di inviare il testo ai vostri amici (per favore, citate l’autore).
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*** Sito in costruzione... verranno aggiunti molti altri aspetti su questo appassionante quanto importante settore.
